LA LECTIO DIVINA

La parola latina lectio divina significa “lettura divina” o “lettura sacra”. È una tradizione antica, sviluppata dai monaci già nei primi secoli del cristianesimo, come metodo per ascoltare la voce di Dio attraverso la Scrittura Non è semplicemente uno studio biblico, ma un modo di pregare che trasforma la vita quotidiana, favorendo un’unione più profonda con il Signore

La pratica è strutturata in passaggi progressivi, che aiutano il credente a entrare sempre più nel mistero della Parola:

  1. Lectio (lettura)
    • Si legge lentamente un brano della Bibbia, con attenzione e disponibilità.
    • L’obiettivo è ascoltare ciò che il testo dice in sé.
  2. Meditatio (meditazione)
    • Si riflette sul significato profondo del testo.
    • Ci si chiede: cosa dice a me oggi?
  3. Oratio (preghiera)
    • La meditazione diventa dialogo con Dio.
    • Si risponde con preghiere di lode, supplica o ringraziamento.
  4. Contemplatio (contemplazione)
    • Si entra in silenzio, lasciando che la Parola trasformi il cuore.
    • È un momento di intimità e pace con Dio.
  5. Actio (azione)
    • La Parola accolta si traduce in gesti concreti nella vita quotidiana.
    • È la messa in pratica di ciò che si è compreso

Perché è importante

  • Favorisce una relazione personale con Dio attraverso la Bibbia.
  • Aiuta a vivere la fede non solo come conoscenza, ma come esperienza trasformativa.
  • È praticata sia individualmente che in comunità, ed è considerata una delle fonti più autentiche della spiritualità cristiana

Noi faremo una forma più essenziale di Lectio Divina, tutti i MARTEDI’ dalle 21 alle 22 dove affornteremo i primi tre punti lasciando gli ultimi due ai singoli partecipanti nel

3 marzo 2026: Il cieco nato

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 9,1.6-9.13-17.34-38 

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

Commentiamo il brano del Vangelo di Giovanni del “cieco nato”: possiamo dividere il brano in tre parti: Nella prima assistiamo al miracolo compiuto da Gesù; nella seconda parte c’è la descrizione della situazione sociale, istituzionale che il cieco deve affrontare e nella terza parte si torna al rapporto diretto tra Gesù e il cieco nato.

Come sempre, Gesù si muove per primo: l’iniziativa è sua, non del cieco, non aspetta le persone capaci, lui si muove per chi sta ai margini, per gli ultimi. Gesù “vide un uomo cieco dalla nascita” quindi una condizione radicale che ci fa intendere una cecità assoluta, fisica e spirituale. Gesù fa un gesto strano “, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco”. Nella cultura ebraica, come del resto anche nella nostra, lo sputare è un’azione che sentiamo come violenta, aggressiva… pensiamo al mondo del calcio, altre azioni fisiche più violente possono meritare un’ammonizione, lo sputare determina l’espulsione. Gesù fa questo gesto di impastare fango con la saliva: si piega a terra, prende il fango, lo manipola, si sporca le mani. Pensiamo al miracolo dei lebbrosi risanati: lì ha solo parlato, qui fa un gesto che ci riporta alla creazione dell’uomo, quasi fosse una nuova creazione, tocca il fango lo mette sugli occhi del cieco, non si schifa del nostro schifo. Il paradosso che mette il fango sugli occhi, qualcosa che non è pulito, che copre ancora di più la possibilità di vedere: la grazia a volte passa da un “prima” che sembra peggio.

Tutto questo inserito in un contesto che ci parla di formalismo perché il fatto avviene “in giorno di sabato”: abbiamo assistito altre volte a miracoli fatti di sabato, quando Gesù aveva solo pronunciato delle parole, ora a maggior ragione: Gesù si è piegato a terra, ha preso il fango, l’ha posto sugli occhi del cieco. In un vangelo apocrifo (quello di Giacomo) Gesù Bambino gioca con un altro bambino e manipola un uccellino col fango, poi quell’altro bambino dice al papà quello che Gesù aveva fatto, di sabato, e Gesù in risposta per eliminare le conseguenze fa volare l’uccellino…

Gesù “spalmò sugli occhi”: la grazia passa appunto da un prima che sembra peggio… ne abbiamo fatto tutti esperienza, sembra che nel momento in cui ci affidiamo a Dio e siamo sicuri che lui troverà per noi una strada, quella strada invece sembra complicarsi ulteriormente…

Il verbo che traduciamo con “spalmò” (ἐπέχρισεν) letteralmente significa “ungere”. E’ l’Unto che unge: non è solo una guarigione, ma molto di più, è una consacrazione in una dinamica battesimale, infatti il verbo che segue è un invio “vai a lavarti”. Il vocabolo Siloe significa proprio “inviato”. Non è un rito, ma un discorso basato sulla fiducia: materia + gesto + invio + ritorno trasformato. Ciò che conta davvero è l’obbedienza alla Parola.

La seconda parte sposta l’accento sui farisei che parlano tra loro: “Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?” A volte di fronte a un miracolo non ci abbandoniamo alla sorpresa, alla sua bellezza, ma ci trinceriamo dietro il sospetto, la diffidenza. Oltretutto per i farisei il mendicante che “stava lì seduto” espressione che sottolinea il vivere una vita ferma, immobile, era un elemento necessario per la loro religiosità, per ottemperare il comando della Legge riferito all’elemosina. I farisei vogliono incasellare quello che è successo una verifica, un apparato di controllo; ne segue un interrogatorio per sapere come aveva “acquistato” la vista. Il verbo è ἀνέβλεψεν che vuol dire riacquistò la vista, ma anche “alzò lo sguardo” che sottolinea un aspetto più spirituale, una crescita nella fede. Ai farisei invece interessa solo come è successo.

C’era dissenso tra loro”: la parola è “Scisma”, quindi una vera spaccatura, la luce provoca chiarezza, rivelazione. Quando si abbandona il legalismo si raggiunge la pienezza della conoscenza. Il cieco paga pesantemente il prezzo della sua guarigione fisica e spirituale: viene cacciato, espulso dall’ambiente religioso della sua gente.

Nella terza parte ritorniamo al rapporto tra il cieco e Gesù: anche se il mondo lo ha cacciato, Dio lo cerca. Il cieco si “prostra” avviene il passaggio dalla guarigione all’adorazione. Ci insegna a non essere mai sicuri di essere nel giusto, ci insegna a porci in discussione, a non temere di riconoscere che a volte sono gli altri ad avere ragione e avere il coraggio di ammetterlo.

24/2/2026: Catechesi sul Vangelo della Trasfigurazione

Mt 17, 1-9

1Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. 2E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. 3Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 4Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. 5Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. 6All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. 7Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”. 8Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
9Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.

Ricordiamo il santuario sul Monte Tabor, visitato da molti di noi, opera, come l’altro al Getzemani, dell’architetto Barluzzi. Il primo, luminosissimo, riecheggia il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù, l’altro progettato per evocare l’atmosfera notturna dell’agonia di Gesù, con vetrate viola che filtrano la luce.

V. 1: Gesù “prese con sé” παραλαμβάνει: il verbo non indica solo portare con sé, ma sottolinea una elezione, una intimità. I tre apostoli scelti rappresentano le tre categorie dell’apostolato: Pietro indica l’autorità, colui che Gesù avrebbe messo a capo della chiesa nascente, Giovanni l’amore, Giacomo il primo martire tra loro. Sono gli stessi tre che gli saranno vicini al Getzemani, segno che chi assiste alla gloria, deve comunque anche assistere all’agonia, l’aspetto della vita divina e l’aspetto dell’umanità sofferente e morente. Un forte richiamo biblico, del resto sempre presente nel Vangelo di Matteo che parla alla comunità giudaica, è nella similitudine del salire il monte con i tre apostoli, come Mosè era salito sul Sinai con Aronne: Gesù non agisce in maniera isolata ma come comunità, anche se viene sottolineato che li “condusse in disparte” ad evidenziare il passaggio dall’istruzione alla folla ad una istruzione privata, passaggio anche ad una fase di distacco essenziale per la contemplazione. “Su un alto monte”: sottolinea la prospettiva divina, ci fa immaginare come Dio guarda la terra, dovremmo imparare a guardare le nostre cose con gli occhi di Dio…

V. 2: “Fu trasfigurato davanti a loro”: è una metamorfosi, un cambiamento di forma, una trasformazione dall’interno, anticipo della Resurrezione. Il racconto di Matteo ci mostra gli eventi come storicamente avvenuti, non è una metafora, un paragone: è il racconto di quello che è successo realmente. Il volto brillò come il sole (ἔλαμψεν) il termine greco riporta al “lampo”, sorgente della luce, che ci ricorda Mosè quando scende dal Sinai e la sua pelle irradiava raggi di luce. Una lucentezza trascendentale emanata anche dalle vesti di Gesù che identificano lo stato della persona, come una divisa identifica chi la indossa. Mosè personifica la Legge ed Elia i Profeti ad indicare, insieme, la totalità della Scrittura.

V. 4: “E’ bello per noi stare qui”.. ricordiamo il proverbio “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”, un proverbio che parla del relativismo imperante che dovremmo  trasformare in “…. È bello ciò che è buono”. E’ il significato della parola καλόν, parla di bellezza divina. Pietro sperimenta un’estasi, è turbato, non vorrebbe che finisse, non vuole andare via, vorrebbe la gloria che non passasse attraverso la croce, mentre vero è che si può vivere ciò che è bello anche nell’amarezza del dolore. E vuole piantare tre tende. Tende che ricordano tutta la storia di Israele; ancora oggi si celebra nel mese di settembre la festa delle capanne, il Succoth, quando i genitori montano tende da campeggio sui balconi e si passa la notte a dormirci dentro, con i bambini che fanno festa. Le tende del popolo e la tenda del convegno in cui era conservato il “santo dei santi”. Pietro nella sua ingenuità propone tre tende, uguali tra loro. Nel santuario della Trasfigurazione sul Tabor l’ingenuità di Pietro è stata corretta perché l’architettura presenta una tenda più grande al centro e due più piccole ai lati.

V. 5: “Li coprì con la sua ombra”, qui l’ombra simboleggia l’abbraccio di Dio, come nell’annunciazione, come nei matrimoni il rito della “velatio”. E la voce dalle nubi termina con la parola “Ascoltatelo!”: unica istruzione operativa che il Padre dà ai discepoli a sottolineare il valore della Parola.

V. 6 “prostrati con la faccia a terra”, pensiamo alle ordinazioni sacerdotali e anche ai riti del venerdì santo. “Furono presi da grande timore”, non paura, ma timore reverenziale, rispetto timoroso della divinità, della grazia che si intravede nel personaggio di cui si ha timore, una “grazia di stato”.

V. 7: “Ma Gesù si avvicinò”: ha un atteggiamento di misericordia che vuole tranquillizzarli. “Li toccò e disse: Alzatevi e non temete!”: è la tipica formula pasquale: la gloria non distrugge ma salva, Gesù ritorna alla realtà umana, li tocca, non è un fantasma, li tocca come gesto di guarigione: è il linguaggio della Resurrezione, il passaggio dall’estasi alla sequela.

V. 8: “non videro nessuno, se non Gesù solo”: tutto si concentra su Lui, su Gesù; dopo il momento della gloria c’è il ritorno alla vita normale, si scende dal monte con la raccomandazione di non parlare con nessuno di queste cose: nessuno avrebbe capito.


10/2/26

Mt 5,20-22a.27-28.33-34a.37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Siamo ancora all’interno del discorso della montagna. Qui Gesù non abolisce la Legge (la Torah), ma ne rivela il compimento profondo, passando dall’osservanza esterna di un precetto alla custodia del cuore. Il brano è costruito sulla struttura delle antitesi: “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico”. Gesù non si pone contro Mosè, ma contro l’interpretazione riduttiva e legalista della Legge, contro codici e cognizioni estrapolate dalla legge dagli scribi e farisei.

V. 20: la parola “giustizia” secondo l’Antico Testamento significa “rispetto della legge”, che andava a significare “conformità alla volontà di Dio”. Gesù dice “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi…” Letteralmente il verbo greco significa “non abbondi di più rispetto…” , non vada oltre. Indica quindi che secondo la mentalità corrente essere giusti era compiere il minimo indispensabile. La salvezza veniva quindi concepita come la conseguenza naturale di quell’essere “giusti”, non un premio gratuito di Dio.

Non entrerete: In greco, questa non è una semplice negazione. Viene costruita con la doppia negazione seguita dal congiuntivo aoristo: è la forma più forte possibile di negazione riferita al futuro. Tradotto letteralmente suonerebbe come: “Non entrerete affatto” o “Non vi è alcuna possibilità che entriate”. Gesù non sta dando un consiglio amichevole, ma sta enunciando una legge spirituale perentoria.

Nel Regno dei Cieli:  Matteo è l’unico evangelista a usare quasi sempre “Cieli” al posto di “Dio” : ricordiamo che si rivolge ad ebrei convertiti e agli ebrei era stato insegnato che Dio era innominabile. Il Regno non è un luogo fisito, un posto, indica piuttosto la signoria, il potere di Dio.

V. 21 – 22: Abbiamo una serie di paradossi. Gesù vuole andare alla radice del comando. Non ucciderai: L’omicidio non nasce dal nulla, è una conseguenza di un sentimento di ira,  nasce dal disprezzo e dalla rabbia coltivata. Si adira (orgizomenos): È un participio presente, indica un atteggiamento duraturo, un covare rancore. Il termine greco è fortemente onomatopeico. Ed è un covare rancore verso il proprio fratello. Gesù sposta il piano dal “codice penale” alla “relazione familiare”. Se l’altro è un fratello, l’ira è già una rottura dell’alleanza della vita.

V 28: Si parla di adulterio. Per desiderarla: non si parla della bellezza percepita o della tentazione improvvisa, ma dello “sguardo intenzionale” di chi vuole possedere, che riduce la persona a oggetto. “Chiunque guarda”. Il participio presente indica un’azione continua o ripetuta. Non si riferisce al “vedere” casuale o involontario ma al fissare lo sguardo, al soffermarsi con intenzione.  Gesù non condanna la vista, ma il guardare al fine di desiderare. È uno sguardo strumentale: l’altro non è più una persona da rispettare, ma un oggetto da consumare. Il termine “adulterio” nella Bibbia è molto forte: si sottolinea come il cuore (kardia) è il centro della decisione e della volontà. L’adulterio non avviene solo quando si infrange un contratto matrimoniale fisico, ma quando si rompe la comunione interiore con l’altro, diventa rottura dell’alleanza con Dio. Il termine anticamente stava a significare la violazione di un diritto di proprietà..

V. 33-34 ‘Non giurerai il falso’… Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: ‘Sì, sì’, ‘No, no’; il di più viene dal Maligno.” Gesù sta citando e reinterpretando una colonna portante dell’etica ebraica. Si riferisce alla tradizione normativa basata sulla Torah e sull’interpretazione dei padri. Il termine greco usato è archaiois. Gesù non sta contestando la Legge di Dio, ma il modo in cui era stata trasmessa nel tempo, riducendola a un semplice adempimento formale. Gesù sta riassumendo diversi precetti dell’Antico Testamento. L’Esodo (Il secondo comandamento): “Non pronunziare invano il nome del Signore, tuo Dio” e anche versetti del Levitico e dei Numeri.

Per gli “antichi”, il problema non era il giuramento in sé, ma la menzogna sotto giuramento o il non mantenere la promessa fatta chiamando Dio a testimone.  Giurare significa “tirare giù” Dio nelle nostre piccole controversie umane per apparire credibili. È un uso strumentale del sacro. Se hai bisogno di giurare, ammetti implicitamente che la tua parola normale non vale nulla. Gesù chiede una tale trasparenza che il “Sì” sia “Sì” e il “No” sia “No” per il solo fatto che è stato pronunciato.  Sì, sì / No, no: È il recupero della semplicità e della verità, come quando dice “In verità, in verità vi dico”. Il raddoppio dei termini serve a dare più forza al precetto. Viene dal Maligno: La manipolazione del linguaggio, l’ambiguità e la necessità di “pompare” la propria verità con giuramenti nascondono sempre una forma di inganno o di mancanza di fede.  Quando una persona ha bisogno di giurare (“Lo giuro su mia madre”, “Lo giuro su Dio”), sta implicitamente dicendo: “Di solito mento, ma stavolta potete fidarvi”. Gesù vuole che la parola del discepolo sia così solida da rendere il giuramento un inutile orpello.  Gesù si rifà all’identità del demonio come “padre della menzogna” (Gv 8,44). Ogni volta che complichiamo il linguaggio per nascondere la verità o per manipolare l’interlocutore, stiamo usando la “tecnologia” del Maligno. Il giuramento nasce dal fatto che tra gli uomini c’è sfiducia,  divisione. Invocare Dio per coprire le proprie ambiguità è una profanazione che serve solo a dividere ancora di più la realtà dalla verità. Importante è anche non mettere l’altro nella necessità di mentire, evitare domande alle quali l’altro non può o non vuole rispondere.


3/2/26

Catechesi su Mt 5, 13-16

Questo brano segue immediatamente il discorso della montagna. Gesù ci dice “voi siete…” non è un imperativo, un comando, ma definisce un’identità, un’identità ontologica, come dire “voi siete responsabili dell’umanità”.

V. 13: il sale della terra, il sale conserva gli alimenti e come tale è proprio simbolo della missione del cristiano.. il sale insaporisce e quindi evoca la sapienza evangelica che trasforma la quotidianità… il sale è anche simbolo di alleanza perché nel mondo giudaico ogni offerta fatta all’altare veniva condita con il sale.

Secondo Giovanni Crisostomo il cristiano incide sulla storia con parole e azioni. Secondo S. Agostino il sale simboleggia l’acume, la sapienza. E Papa Francesco afferma che il cristiano deve dare sapore al contrario della fede insipida di alcuni. “Sale della terra”, quindi un sale con una funzione universale. Ancora secondo Papa Francesco: essere sale è non autoconcentrarsi, ma servire gli altri preservandoli dai pericoli. Se il  “sale perde sapore”: anticamente il sale non era raffinato e si mischiava con impurità che ne alteravano il sapore: è il rischio dell’incoerenza. Gesù probabilmente si riferisce al pericolo dell’apostasia e del formalismo: Secondo Papa Benedetto il pericolo più grande per la Chiesa è l’adattamento al mondo.

V: 14: Luce del mondo: la luce è simbolo di rivelazione, giustizia e salvezza. Cristo è la luce, i discepoli ne sono i riflettori. I Padri della Chiesa h anno sempre letto questo come un invito a irraggiare la luce di Dio e Papa Francesco sottolinea come la luce non è una proprietà del cristiano, ma la fonte è sempre Dio.  La città posta sopra il monte”.. il riferimento è certo a Gerusalemme e ad ogni altra città fortificata: la Chiesa è vista come città su un monte, visibile a tutti, non setta nascosta. Presenza pubblica trasformante. Secondo Ilario di Poitiers la città sul monte è rifugio della verità.

V. 15: Lampada sotto il moggio: la lampada trova senso nello stare esposta sul candelabro, come quella sempre posta nel punto più visibile della sinagoga, segna l’importanza della visibilità del cristiano nel mondo. Il moggio è un recipiente per misurare il grano, quindi la frase indica l’assurdità di coprire la luce con uno strumento di lavoro, coprire la fede con gli interessi e i problemi economici. E’ sempre Papa Francesco che dice “La luce non si conserva se viene nascosta”.

V. 16: “Così risplenda”. Si passa dal “voi siete” al comando alla missionarietà: vivere in modo che la luce ricevuta da Cristo appaia concretamente nelle opere buone. La luce non ha funzione in se stessa, vive per gli altri. E’ chiaro il collegamento con l’ntera etica del discorso della montagna, in cui il fine è la gloria del Padre. Il “Padre vostro” che spesso ricorre nel vangelo di Matteo, per cui le opere buone tendono ad attirare gli altri a Dio e non al prestigio umano. Esiste quindi un passaggio diretto dei due elementi sale e luce a un valore più alto. Il sale agisce per contatto, trasforma le strutture, le cose, mentre la luce agisce, possiamo dire, a distanza, in questa opera di trasformazione. Quindi essere saporiti per diventare missionari.

Non sono qualità che sorgono spontaneamente, sono invece frutto di quelle beatitudine di cui ci ha parlato Matteo… sei sale e sei povero in spirito e la luce ci riporta alle persecuzioni di cui ci ha parlato quel brano, al valore della testimonianza. Quindi le beatitudini sono il carburante e la luce è la fiamma. Testimonianza di Papa Giovanni Paolo II per il quale le beatitudini sono il ritratto di Gesù e secondo Papa Benedetto sono l’autobiografia di Gesù.

27/1/2026

Catechesi su Mt 5, 1-12°

Leggiamo il brano del Vangelo considerando che il discorso sulle beatitudini non finisce con la pericope. Alle beatitudini seguono i  “Guai” e comunque comprende tutto il quinto e sesto capitolo di Matteo. Fermandoci alle righe lette ci perdiamo il Dio che ci chiama a un’attenzione costante: Gesù non dà consigli etici, ma rivelazioni cristologiche.

Gesù in realtà non sta su un monte vero e proprio: la parola “monte” è simbolica del parlare con autorità e anche quando andiamo in Terra Santa l’itinerario prevede la visita alla chiesa ottagonale del Barluzzi su un “monte” perché lì è possibile la partecipazione di parecchia gente, mentre il posto reale dove è avvenuto il “discorso della montagna” è in realtà un piccolissimo sito collinare posto ai margini del lago di Galilea tra dove è avvenuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e il luogo dove si ricorda il “primato di Pietro”, qui i francescani hanno un piccolo terreno recintato non edificabile e quindi non adatto a raccogliere i pellegrini…

Il Vangelo comunque ci dice che Gesù, “vedendo le folle”…. si rivolge ai discepoli.

Il monte è quindi rappresentazione di Dio, perché è più vicino a Dio, rivela la presenza di Dio, Gesù si presenta quindi come nuovo Mosè che parla con autorità propria, seduto. I Rabbì infatti insegnavano seduti, ricordiamo che il termine cattedrale deriva appunto da “cattedra” che non è un tavolo, ma una sedia, nelle cattedrali posta in fondo all’abside.

Le “folle” rappresentano l’umanità in ricerca, attratte da Gesù ma incerte se diventare discepoli oppure no. I discepoli sono invece quelli che imparano vivendo con il maestro, le cui parole sono quindi annuncio per le folle e regola di vita per i discepoli.

Gesù si “mise a parlare” dice il testo. In realtà la traduzione letterale è “aprì la sua bocca” , modo di dire semitico che esprime meglio l’atteggiamento di chi mettendosi a parlare mette in gioco la sua reputazione, non trasmette una parola ricevuta, ma espone se stesso.

“Beato”: il termine non esprime uno stato emotivo. Μακάριοι in greco esprime uno situazione attuale di salvezza, non una promessa futura,  una condizione oggettiva riconosciuta come buona e piena agli occhi di Dio. Possiamo tradurre con santo, oppure salvato, è un giudizio anticipato, il “Già e non ancora”, uno stato di santità presente oggi e realizzato in una vita futura, ma una condizione oggettiva riconosciuta come buona e piena agli occhi di Dio.

V 3: Poveri in spirito: non miseria in sé, ma disponibilità radicale a Dio. Indica chi non si fonda su potere, possesso o autosufficienza. E’ il piccolo. Certamente non è il superbo

Il “Regno dei cieli” si sovrappone alla locuzione “Regno di Dio”,. Ricordiamo che Matteo parla ai giudei per i quali non era consentito pronunciare il nome di Dio.

Molte parti del discorso presentano simmetrie interessanti: “beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”, da confrontare con “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”, dove nella prima compare un futuro e nella seconda un presente.

V. 4: Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati, dove Pianto è il lutto personale e dolore per il male del mondo e Consolazione è un  termine profetico (Is 40). Dio stesso consola.

Il participio presente: οἱ πενθοῦντες non dice: quelli che hanno pianto, ma “quelli che stanno piangendo”. È una condizione attuale, non superata. La Beatitudine non elimina il dolore, lo assume. Saranno consolati:  Il futuro qui non significa: “adesso va male, poi vedremo” ma: Dio ha già deciso l’esito Nel linguaggio biblico, il futuro è spesso futuro certo, non ipotetico. Sono beati perché il futuro è già deciso, anche se non è ancora visibile. Il futuro non fonda la beatitudine, la conferma.

Al V. 5 i “miti” non sono i deboli, ma piuttosto chi ha forza morale, chi riesce a tenere sotto controllo i propri istinti… a questo servono i digiuni. Confrontiamo con il salmo 37. La giustizia di cui si parla è quella di chi segue le regole date da Dio, non giustizia riguardo a se stesso, ma la ricerca di un mondo giusto, uno stile di vita in cui si vivono con profondità i comandamenti di Dio, la giustizia di coloro che cercano con zelo di diffondere la parola.

V. 7: i misericordiosi, termine che traduce ἐλεήμονες : coloro che sono misericordiosi e otterranno misericordia: relazione di reciprocità. Il termine ha la stessa etimologia di elemosina che è il dare dalle proprie tasche, che sottolinea la difficoltà dell’uomo di staccarsi dal suo denaro. Unica contrapposizione di Dio: Dio e mammona. Dietro il greco éleos stanno due termini ebraici fondamentali: riferimento all’amore viscerale, materno; e l’amore fedele, fedele all’alleanza. La misericordia biblica unisce dunque tenerezza e fedeltà,

V. 8: con “puri di cuore” non ci si riferisce a una purezza sessuale, ma riguarda tutto, rimanda alla incorruttibilità, alla totale mancanza di contaminazione. Ricordiamo che quando si parla di “cuore” dell’uomo, si parla di tutto l’uomo, perché il cuore sta al centro del corpo.

Al V. 10: i “perseguitati”, è un termine molto forte e con un significato molto ampio, e si riferisce ai perseguitati a causa dell’essere cristiani.

Al V. 12: “Rallegratevi ed esultate”: non si parla di una consolazione futura, ma di una gioia attuale, presente. Due verbi che esprimono gioia intensa, piena e pubblica. Non si tratta di una consolazione futura, ma di un invito alla gioia presente di fronte alla persecuzione,  gioia  cristologica: nasce dall’appartenenza a Cristo, dall’essere testimoni della sua verità.

Per concludere, possiamo dire che le beatitudini sembrano proposte irraggiungibili, ma non lo sono: esprimono la logica pasquale: perdere per ricevere. Sono esortazioni reali a stringere i denti, a trovare il coraggio di andare avanti.

20/2/26

Catechesi su Mt 4, 12-23

V. 12: Il brano ci mostra la corrispondenza tra l’evento dell’arresto di Giovanni Battista e l’inizio della vita pubblica di Gesù: l’uscita di scena di Giovanni provoca l’entrata attiva di Gesù stesso,  La sua cattura sottolinea il conflitto tra il Regno di Dio e il potere politico. Ἀκούσας = participio aoristo che si traduce con avendo udito. ἀκούω è un sentire attivo che produce una risposta. In Matteo, spesso akouō indica obbedienza alla Parola di Dioesù capisce che da quel momento comincia la sua missione. Per Matteo e comunque in tutti i Vangeli, l’ascolto è il primo passo della sequela. Gesù ha sentito e capito: l’udito produce un cambiamento e mette in moto la missione. “Si ritirò in Galilea”: indica un movimento intenzionale, Gesù si sposta in un luogo più adeguato, più grande, “si ritirò” non è una fuga, Gesù si sposta per iniziare la sua missione in un contesto più aperto. La Galilea è una regione marginale, vista come “terra dei pagani”, ma proprio per questo simbolicamente adatta alla missione universale di Gesù. Matteo mostra una progressione logica: la missione di Gesù inizia dove la luce è più necessaria.

V. !3: “Lasciata Nazareth”, indica un distacco, come quello che vivono i figli lasciando la casa dei genitori, non una rinuncia, ma un passo importante per trovare un nuovo orientamento alla vita. “andò ad abitare a Cafarnao”, una posizione strategica, in casa di Pietro, vicino a vie commerciali, simbolo di apertura alla missione tra i pagani.  

V. 14-15-16: perché si adempisse ciò che dice Isaia 1,2 Non è una citazione letterale, ma una sintesi teologica di Isaia: Matteo adatta il testo per indicare che Gesù è il Messia atteso, La luce simboleggia la venuta del Regno di Dio, che porta speranza e salvezza. La luce simboleggia la venuta del Regno di Dio, che porta speranza e salvezza, le tenebre invece rimandano all’ignoranza. Matteo scrive il suo Vangelo per gli Ebrei, legati alla Legge, all’esclusività di essere ebreo, cita continuamente l’Antico Testamento per farsi capire dal suo popolo, ma nello stesso tempo tenta di aprire all’universalità del messaggio.

V. 17: “Da allora Gesù cominciò a predicare…” Indica la continuità tra la missione del Battista e quella di Gesù, che predica la μετάνοια: il cambiamento di mentalità, una vera conversione a U, l’abbandono del peccato e il girarsi verso la luce, tanto che si dice che il regno di Dio è vicino, bisogna subito cambiare direzione.

V. 18: “Camminando” è un participio presente che indica un’azione continuativa, Gesù non aspetta i discepoli, ma li va a cercare.. “lungo il mare di Galilea”, un posto concreto, luogo pericoloso, di sfide, di passaggio.. Gesù cerca i discepoli nell’ordinarietà della loro vita di lavoro.  “Vide due fratelli”, Gesù ci fa scoprire nuovi i rapporti familiari, chiede di lasciare tutto ma i rapporti che sono preesistenti cambiano per migliorare: stare con Lui trasforma i rapporti.

V. 19: “Vi farò pescatori di uomini”: E’ Dio che ci ha dato i nostri talenti, non può chiederci di mortificare ciò che a noi piace, ma di trasformare ciò che facciamo con la sua luce.

V. 20: “Subito lo seguirono”, non è un subito temporale, ma qualificativo: in maniera decisa. εὐθέως indica una conseguenza immediata, senza dubbi, in assenza di esitazione, è un termine vocazionale. Nella cultura rabbinica è il discepolo che sceglie il maestro, qui è il contrario.

V. 21-22: Ci si riferisce ad altri due fratelli. Si tratta di famiglie abbastanza facoltose, titolari di un’impresa. A quel tempo il gradino più basso della scala sociale era occupato dalle vedove, poi venivano pastori, allevatori, coltivatori, falegnami e carpentieri e poi si arrivava a pescatori e commercianti. La categoria sociale di appartenenza sottolinea il fatto che hanno lasciato una vita agiata per seguire Gesù.

V. 23: Matteo insiste ancora sul cammino che non finisce, è un camminare per portare il regno ovunque: Gesù, perfetto ebreo che insegna nelle sinagoghe, predicando il vangelo del regno… qui sta per il termine “nuova novella” significato letterale del termine, e guarendo ogni sorta di malattia. Le guarigioni sono segni del Regno presente, anticipazioni della salvezza piena e mostrano che il potere di Gesù abbraccia la totalità dell’essere umano: fisico, sociale e spirituale.

13/1/26

Abbiamo di fronte il testo di Gv 1,29-34. Dopo i primi versetti del primo capitolo, che costituiscono il Prologo teologico, segue questa perifrasi che possiamo chiamare prologo narrativo, racconto cioè di ciò che avviene all’inizio della vita pubblica di Gesù. L’obiettivo di tutto il prologo è rivelare chi è Gesù. Giovanni Battista afferma  “Non sono io il Cristo” (testimonianza negativa); “Ho visto e testimoniato (testimonianza positiva; e dal versetto 35 nascita della comunità.

V. 29: Il brano comincia con la sottolineatura di una sequenza cronologica.. “il giorno dopo”, ma ci rendiamo conto che più che cronologica, Giovanni ci fa percorrere un cammino teologico, di rivelazione, avanziamo quindi a piccoli passi. La parola “vedendo” traduce il greco βλέπει coniugato all’indicativo presente a indicare un atto puntuale, un guardare con consapevolezza. I verbi che noi traduciamo col, semplice “vedere”, in greco sono diversificati :

βλέπωvedere con attenzione
θεωρέωcontemplare
ὁράωvedere comprendendo
εἶδονvedere con esito di fede
θεάομαιcontemplare

Giovanni vede prima di parlare: la testimonianza cristiana nasce sempre da un’esperienza personale profonda che viene da Dio. E’ la sua grazia che apre il nostro cuore a capire. E il Battista che incarna il confine tra l’Antico e il Nuovo testamento, vede Gesù come una profezia che cammina e va verso di lui, entra nella storia di Israele.  Gesù non passa casualmente ma viene verso di lui. Il verbo ἔρχομαι = vengo,  in Giovanni è un verbo cristologico, movimento di incarnazione e di rivelazione. Gesù viene, Giovanni vede e annuncia. E’ quindi Dio che prende l’iniziativa e il nostro movimento è una conseguenza del suo. Dio si fa vicino prima che l’uomo lo riconosca. Gesù continua a venire verso l’uomo ma non tutti vedono, vedere richiede: attesa, ascolto, umiltà.  Il Battista vede perché non guarda se stesso. Anche noi se rimaniamo concentrati su noi stessi non vedremo la rivelazione di Dio.

“Ecco l’agnello di Dio”: è un’espressione piena di significato: è l’Agnello pasquale del sacrificio, il “capro espiatorio” che veniva simbolicamente caricato da tutte le colpe e spinto fuori della città a morire cacciato dalle bestie feroci. Ricordiamo il servo sofferente di cui parla Isaia e la vittima glorificata dal Padre. L’Agnello toglie il peccato, al singolare, cioè la condizione di separazione da Dio.

V. 30: Dopo di me… avanti a me… prima di me.. Giovanni viene prima storicamente, Gesù è ontologicamente preesistente. C’è un chiaro richiamo a  «In principio era il Verbo». Gesù è prima non solo cronologicamente, nel mondo biblico stare davanti è segno di autorità. Il Battista è modello di Chiesa: precede nel servizio ma si mette dietro nella dignità.

V. 31: “Io non lo conoscevo”. Qui conoscere è ᾔδειν, da  οἶδα che indica una conoscenza piena, profonda. “Sono venuto a battezzare… perché Egli fosse manifestato…” Qui il verbo φανερόω indica la manifestazione divina, indica qualcosa che era presente ma nascosto

Gesù c’è già, ma non è ancora riconosciuto. E’ interessante che Gesù si serva dell’obbedienza del Battista prima ancora che lui capisca…. Interessante per noi che accettiamo norme solo se le comprendiamo, il difficile è obbedire senza comprendere.

V. 32: Questa obbedienza produce il poter vedere. Nel Vangelo di Giovanni la testimonianza è struttura portante della fede. La fede cristiana nasce da una catena di testimonianze, non da intuizioni private. Nel mondo biblico: la testimonianza è valida solo se fondata su visione diretta: Giovanni può testimoniare perché ha visto. Molti attendevano: fuoco, giudizio, potenza. Dio rivela il Messia: nella mitezza e nella pace. Lo Spirito non si impone, si posa. E discende sotto forma di colomba, movimento dall’alto verso il basso e rimane su di lui: sempre Dio che si avvicina, che si abbassa. La colomba è simbolo: Giovanni non racconta.

V. 33: “Io non lo conoscevo”, anche qui è un conoscere ontologico. Il Battista riferisce un incarico preciso, un ordine e svela che aveva col Padre un rapporto personale profondo. Giovanni non riconosce Gesù per intuizione personale, ma perché Dio glielo rivela. La rivelazione precede la conoscenza umana: principio chiave in Giovanni. Questo stabilisce il modello della fede di Giovanni: la conoscenza di Cristo è ricevuta, non conquistata.

V. 34: “Ho visto e ho testimoniato” Qui vedere traduce ὁράω coniugato al perfetto a indicare che gli effetti di questo vedere rimangono nel presente, un’esperienza diretta e duratura. Giovanni Battista trasmette ciò che ha visto: la discesa dello Spirito che rimane su Gesù. La testimonianza è oggettiva: basata sulla rivelazione e sul segno dello Spirito. E testimoniato: La combinazione “ho visto e ho testimoniato” collega l’esperienza diretta), con la proclamazione pubblica . Questo brano pertanto è il primo grande atto di fede cristologica del Vangelo: Gesù è l’Agnello donato dal Padre, che toglie il peccato del mondo, consacrato dallo Spirito, rivelato come Figlio di Dio, e riconosciuto non per logica umana ma per testimonianza divina.

16/12

Leggiamo Mtt 1, 18-24: sono i versetti che concludono il discorso sulla genealogia di Gesù e introducono il Vangelo dell’infanzia. Siamo di fronte a un testo non sentimentale, ma teologico.

Al versetto 18: “Così fu generato Gesù Cristo”. Nel testo greco il termine genesis mette in una relazione parallela la generazione umana e quella divina. Sempre allo stesso versetto “essendo promessa sposa…”: ricordiamo che nel mondo ebraico esisteva un lungo fidanzamento ufficiale che certificava il matrimonio, ma non giustificava la convivenza, come accade ancora nel mondo musulmano nel quale le ragazze sono spose già da giovanissime. Esistevano molte regole da rispettare: Maria era già sposa di fatto di Giuseppe anche se vivevano separati. Il testo dice: “si trovò incinta per opera dello Spirito Santo”, non spiega come, ma afferma il fatto: è stata tutta un’iniziativa di Dio, la parte di Maria è il suo sì.

Al versetto 19: Giuseppe viene definito giusto “dicaios”. Nella Bibbia con questo termine ci si riferisce alla giustizia come rispetto della legge e dei comandamenti, dei 365 precetti che dovevano essere osservati. Ma qui si afferma che Giuseppe va oltre la legge dell’Antico Testamento, sembra già vivere nella legge dell’amore instaurata dal Vangelo. La legge ebraica prevedeva il ripudio in un caso come questo e tale ripudio significava condanna a morte tramite lapidazione; esisteva anche l’istituto del ripudio segreto che non si applicava quasi mai e che comunque avrebbe previsto l’allontanamento dalla città: Giuseppe nutre quindi un desiderio di rispettare la legge, ma senza alcun aspetto vendicativo.

Al versetto 20: “Gli apparve in sogno”: il sogno è il momento della liberazione biblica, pensiamo al sogno della scala di Giacobbe e ai sogni profetici di Giuseppe che preannunciano il suo ruolo in Egitto. Con i sogni Dio parla all’uomo, anche se non solo attraverso essi. Dio interviene quando l’uomo ha fatto tutto ciò che poteva fare, quando non c’è più nulla di possibile, interviene nella storia non annullando la legge, in questo caso la legge sul ripudio, ma superandola. Così è intervenuto qui e così fa anche con noi. “Giuseppe, figlio di Davide, non temere…” Giuseppe è inserito a pieno titolo e in modo puntuale da Matteo nella stirpe di Davide. A lui il Signore dice “Non temere”, che è molto diverso dal “Non avere paura”. Il timore umano viene benedetto, è legittimo, ti spinge alla prudenza; la paura invece causa un blocco. Pensiamo al brano di Mtt 8,26, quando Gesù che dormiva rimprovera gli apostoli, spaventati per la tempesta, dicendo “Perché avete paura, uomini di poca fede? La paura quindi è mancanza di fede.

Al versetto 21: “Tu lo chiamerai Gesù”: il nome viene dato dal padre: è un atto giuridico di paternità. Viene spiegato il senso del nome “Gesù”, il Signore salva. E salva non dalle difficoltà politiche o sociali, neanche dalle difficoltà pratiche della vita, ma salva dal peccato che è rottura del rapporto con Dio. E’ la missione di Gesù: la salvezza degli uomini.

Ai versetti 22 e 23 si riporta una citazione del profeta Isaia (Is 7,14): l’Emmanuele è il Dio con noi; non si tratta solo di un titolo, ma di un programma.

Al versetto 24: “Quando si destò…”. Non c’è riportata nessuna parola di Giuseppe, la sua è obbedienza eroica, silenziosa.

Un brano pieno di temi teologici: un tema cristologico (Gesù vero uomo e vero Dio); tema che fa riferimento alla Rivelazione (Dio parla attraverso i sogni e non solo); si parla di giustizia e di misericordia, è la giustizia nuova incarnata da Giuseppe; il pensiero va alla Chiesa, che genera Cristo non per merito ma per grazia ed è chiamata a custodire, come Giuseppe, un mistero più grande di lei.

Tempo per rileggere il brano, per farlo calare nella nostra vita, per commentare e condividere.

9/12

Leggiamo Matteo 11, 2-11. Domenica celebreremo la domenica della gioia. Il Vangelo che dobbiamo commentare può essere diviso in due parti. Da una parte l’episodio di  Giovanni Battista che manda i discepoli da Gesù a chiedergli “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”,  ciò che dice Giovanni riguardo a Gesù, e quello che risponde Gesù ai discepoli. Dall’altra parte  quello che Gesù dice del Battista.

Al versetto 2: akousas. Matteo usa il participio aoristo che esprime un’azione puntuale, che precede l’azione principale, si riferisce alla fede di Giovanni sul sentito dire, diversamente da ciò che aveva sperimentato direttamente al Giordano. Questo ci spinge a due ipotesi diverse. Giovanni ha visto il grande evento dei cieli che si sono aperti, ora è in carcere e sperimenta la mancanza di libertà. Il carcere indica il limite fisico e forse anche spirituale della libertà. Giovanni pensa alle azioni messianiche di Gesù. Esse non collimano con le sue aspettative: miracoli, perdono, misericordia. C’è uno scarto tra l’idea di Messia che ha Giovanni e lo stile di Gesù. Questa è un’ipotesi. Possiamo però accettare un’altra interpretazione, più profonda: Giovanni vuole far fare ai suoi discepoli un’esperienza diretta di Gesù. In questo senso i commenti di S. Ambrogio e S. Ireneo.

Al versetto 3: “Sei tu colui che deve venire”. E’ il veniente escatologico, colui del quale avevano parlato i profeti. “O dobbiamo aspettarne un altro” La parola “altro” traduce il termine greco eteron che indica una diversità nell’individuazione della persona, ma anche e soprattutto la diversità delle qualità della persona. Ciò ci fa comprendere l’alta opinione che Giovanni aveva di Gesù: lui è convinto che la risposta che Gesù darà ai discepoli sarà nel senso che è già dentro di lui. Giovanni non sente il bisogno di insegnare ai discepoli, ma di nutrirli. Così S. Giovanni Crisostomo che considera l’invito ad andare da Gesù come un espediente per indurre i suoi discepoli a credere.

Al versetto 4: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete”. La cosa curiosa è che qui è una delle pochissime volte in cui Gesù risponde direttamente a una domanda che gli viene posta, cosa che dimostra come Gesù abbia un’alta opinione del Battista, egli merita una risposta chiara, senza parabole, senza giri di frase. “Andate e riferite”, due imperative aoristi che indicano una richiesta precisa a compiere una missione.

Al versetto 5 abbiamo un insieme di citazioni profetiche, tratte da Isaia: i ciechi, gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, i morti.. , ma è la prima volta che viene detto “Ai poveri è annunciato il Vangelo”, chiaramente qui la parola povero esprime il concetto di povero di spirito.

Al versetto 6 Gesù dice che il suo modo di fare il Messia sarà motivo di scandalo . Riconosce di essere un provocatore… beati quelli che non si scandalizzano.

Nella seconda parte di questo brano Gesù parla di Giovanni Battista alle folle. Per tre volte ripete “che cosa siete andati a vedere?” Là dove la parola vedere si riferisce proprio al guardare uno spettacolo. La canna sbattuta dal vento, gli abiti di lusso, si riferiscono alla forza morale e spirituale del Battista, alla sua autorità non conciliabile con il potere. Giovanni è un profeta, uno che parla a nome di Dio.

Al versetto 10: Gesù fa una citazione di Malachia di altissima cristologia “Ecco, io mando il mio messaggero…” cambiando un po’ i termini. Malachia riferisce “Davanti a me mando … e davanti a me preparerà la tua via” e Gesù afferma “Davanti a te”, proprio per indicare come Gesù esalta Giovanni come precursore del Messia e continua affermando la posizione unica che Giovanni ha nella storia della salvezza, “tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni… ma il più piccolo..” Si presenta un “paradosso teologico”, perché la grandezza non è legata alle azioni della vita che conduciamo, ma allo spirito con cui queste azioni vengono vissute, non è il ruolo che ricopriamo ma ciò che viviamo in noi stessi.

Come sempre commenti, domande, chiarimenti….

2/12/25

Il Vangelo di domenica prossima è tratto da Matteo 3, 1-12 e ci introduce alla figura di Giovanni Battista, che rappresenta il ponte tra l’antico e il nuovo testamento, il nuovo Elia, il modello di amministratore, colui al quale ogni prete deve ispirare il suo ministero: legare i fedeli non a se stessi, ma a Gesù Cristo. Se non viene perseguito questo obiettivo si cade nell’idolatria di sé e si fallisce.

Troviamo il Battista nel deserto di Giuda, luogo teologico della conversione, dell’incontro con Dio. Le sue parole sono un appello forte… “Convertitevi”. Il termine greco metanoia indica proprio una conversione a U, un cambiamento radicale, non quindi un cambiamento morale superficiale, non un pentimento emotivo.

Matteo, a differenza degli altri evangelisti che parlano di “regno di Dio”, parla del regno dei cieli che indica una vicinanza totale a Dio cui si giunge per un processo conversione determinato dall’attrazione che Dio esercita in noi, non dalla paura di lui e del suo giudizio.

Al versetto 3 Matteo cita Isaia: “Voce di uno che grida nel deserto” (Is 40,3), perché Matteo identifica il Battista con la profezia del consolatore che dovrà arrivare e che ci annuncerà la liberazione, la gioia. Così il Battista è la Voce, non la Parola. La Parola è il contenuto, il Logos, lui è la voce che trasmette la Parola: è il linguaggio del popolo di Israele che finalmente torna dall’esilio.

Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” qui viene usato un imperativo aoristo che indica l’immediatezza dell’azione che si deve compiere, indica l’urgenza e la drammaticità della situazione, non è soltanto la richiesta di un’azione alla quale è bene acconsentire, ma sottolinea che bisogna, è urgente.

La parola “sentieri” traduce il greco hodos, che si riferisce a terra battuta, percorsi umili, semplici, simili a quelli che col tempo si tracciano nei boschi ad opera di chi li percorre abitualmente, sono le strade che combaciano con quelle previste per noi dal Signore, lasciando a noi la libertà di scegliere se procedervi. La profezia di Isaia fa riferimento a una voce che grida e dice: “nel deserto preparate la strada”, come i monarchi orientali che mandavano avanti degli esploratori per rendere percorribili le vie, renderle regali.

L’abbigliamento del Battista e il cibo di cui si nutriva, peli di cammello e cintura ai fianchi da una parte e cavallette e miele selvatico dall’altra, hanno precisi riferimenti biblici: l’abbigliamento del Battista è simile a quello del profeta Elia e la cintura ai fianchi ci riporta al racconto dell’ultima cena, quando Gesù si cinge la cintura per lavare i piedi agli apostoli o quando Pietro, nudo sulla barca, si copre con la veste e si stringe ai fianchi la cintura per gettarsi in acqua incontro a Gesù. Tutto ci fa pensare ad una prontezza all’azione. Il cibo ci riporta all’essenzialità e alla necessità di una vita ascetica.

Quindi tutto nel Battista faceva pensare a un profeta: è per questo che le folle lo seguivano e si facevano battezzare da lui, anche se questa sequela era determinata dalla paura del castigo di Dio.

Infine l’imprecazione del Battista “Razza di vipere” rivolta ai farisei e sadducei, viene colpita la falsità, l’ipocrisia di chi pensa di essere nel giusto perché segue regole esterne senza sentire la necessità di cambiare il cuore. Espressione commentata da S. Agostino che, dice, i farisei si gloriavano della loro discendenza da Abramo senza produrre frutti di vera conversione. Riferimento forse a un mito secondo cui la vipera mangia la madre che la mette al mondo, che quindi si nutrono della religione per distruggerla.

Al versetto 8: “Fate un frutto degno della conversione”, si riferisce quindi ad opere che nascono da una fede rinnovata nel profondo.

E alla fine della pericope la similitudine della scure posta alla radice degli alberi, ci riporta ai brani del Vangelo in cui si parla di rami secchi, di potature, di alberi tagliati; mentre la pala che pulisce l’aia sottolinea ancora una volta la necessità del cambiamento radicale dello spirito.

Un Vangelo che a molti ha fatto ricordare la storia di fede personale e raccontare qualcosa della propria “conversione”.

25/11/25

La catechesi di oggi riguarda il brano del Vangelo di Matteo 24, 37-44. Inizia infatti un nuovo anno liturgico, anno A, l’evangelista che ci accompagnerà è Matteo.

Il brano ha una visione escatologica, riguardante cioè le cose che verranno,  ci riporta un paragone tra ” i giorni di Noè” e quelli che riguardano la parusia, la seconda venuta di Cristo. Del diluvio universale molto si è discusso. A cosa si riferisca il redattore del testo non ci è dato di sapere più di tanto. Certo, possiamo immaginare che per chi era contemporaneo alla redazione di quel brano, diluvio universale poteva anche significare, come del resto alcune scoperte archeologiche sottoscrivono, l’inondazione di una vasta porzione di terra, quale poteva essere quella distesa dall’altopiano dell’Iran fino al Mediterraneo.

Il brano ci presenta ciò che è avvenuto prima del diluvio nella vita delle persone… “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito” e afferma che così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo, intendendo un riferimento alla vita di tutti i giorni, l’attenzione alla sussistenza fisica e alla continuazione della specie. E prosegue con un identico riferimento alla vita lavorativa comune, lavoro maschile nei campi e femminile alla macina del grano. La differenza del destino delle persone coinvolte nell’ordinarietà della vita quotidiana, tra l’essere “preso” o “lasciato” dipende chiaramente dal modo in cui queste persone hanno impostato al loro vita, al loro atteggiamento solo rivolto alla materialità di ciò che facevano rispetto a un atteggiamento invece spirituale di attenzione alle cose di Dio, atteggiamento scelto da loro nella libertà della loro coscienza.

La risposta che Cristo ci indica di fronte all’evento imprescindibile e imprevedibile della nostra morte e della fine dei tempi è nel “Vegliate” che è anche consapevolezza della Sua presenza nella nostra vita di tutti i giorni. Una vigilanza cui non deve corrispondere l’ansia e la paura, ma una speranza operosa che ci fa vivere come se il Signore potesse bussare alla porta ogni momento.

Anche questa volta tanti interventi e commenti da parte dei presenti.

19/11/25

E’ iniziato questo nuovo appuntamento indirizzato a tutta la comunità: la Lectio divina sul Vangelo della domenica successiva. E si può dire che abbiamo cominciato dalla fine… perché la prossima domenica sarà quella che chiude l’anno liturgico: la festa di Cristo, re dell’universo. Abbiamo ascoltato quindi una catechesi sul Vangelo di Luca 23, 35-43 che vede Gesù, sovrano sulla croce, con in testa la corona di spine. Uno scenario che il brano ci ha messo quasi plasticamente davanti. Gesù morente sulla croce, guardato dal popolo, schernito e beffeggiato da sacerdoti e soldati. Tre croci, in realtà. E ci sono risuonate dentro le parole scambiate da Cristo con i due “ladroni” e quell’”Oggi sarai con me in Paradiso”, che continua a risuonarci dentro nonostante la settimana continui e i giorni passino.

Abbiamo potuto esprimere qualche nostra emozione, perché dopo la catechesi ci è stato lasciato il tempo per rileggere il brano in silenzio, per pensarci un po’ su e per tirare fuori quello che ci sentivamo di condividere.

A martedì prossimo!