2026
8/3/2026 Terza domenica di Quaresima


Può una Messa essere “bellissima”? Si! Quando c’è la partecipazione, quando senti che assemblea e celebranti sono all’unisono, quando il coro canta col cuore, quando il rito non è più un rito dettato da un manuale, ma qualcosa che si vive con tutto noi stessi. Eppure non era facile: oggi bisognava mettere insieme la vestizione di tre nuovi chierichetti: Beatrice, Lorenzo e Luca e il rito della consegna del Credo a due catecumene che nella notte di Pasqua riceveranno il Battesimo, più chiaramente, una Messa della terza domenica di Quaresima che segna un passo importante nel cammino verso la festa della Resurrezione.
Tre bimbetti al primo banco da una parte, tutti vestiti di rosso, che attendevano di ricevere una veste bianca: quel rosso che da sempre simboleggia il fuoco dell’amore, ma anche il sacrificio e la passione e il bianco, che necessariamente ci rimanda alla veste candida del battesimo, alla purezza, alla grazia.
Due catecumene al primo bianco dall’altra parte, accompagnate dalle loro madrine, una cinese e l’altra coreana, una più adulta e l’altra una giovane sposa con tanto di bimbetta di pochi mesi, che riceverà anch’essa il Battesimo. Un po’ arrabattate tra i fogli della liturgia con i quali hanno ancora poca dimestichezza…
Entrata in processione dei celebranti e dei ministranti, la Messa inizia, le letture e poi il Vangelo. E’ quello della Samaritana alla quale Gesù parla di acqua viva. Don Roberto parla della sete a tanti bambini che sanno bene cos’è la sete, loro che giocano a pallone fino a sfiancarsi, loro capiscono meglio degli adulti che cos’è l’acqua viva promessa da Gesù, che cosa cerchiamo venendo in Chiesa e quando Don Roberto chiede chi è stato battezzato non hanno difficoltà ad alzare con impeto la mano e quando chiede chi porterà l’acqua viva a chi ancora non ce l’ha, Lorenzo senza molte esitazioni risponde nel microfono il suo “Io!” convinto.
E le catecumene, chiamate all’altare dopo l’omelia con le loro madrine, in ginocchio mentre Don Roberto chiede per loro e per noi al Signore di purificare i nostri cuori e le nostre menti, consegna loro il Credo e poi le congeda: potranno partecipare alla consacrazione solo dopo aver ricevuto il Battesimo e aver completato il loro cammino di catechesi.
Poi la vestizione dei chierichetti che indossano la veste bianca e salgono sull’altare dopo essere stati abbondantemente aspersi con l’acqua santa insieme agli altri ministranti per partecipare attivamente all’offertorio ed assistere da vicino al resto della Messa.
Una cerimonia che ci rimarrà nel cuore. Grazie a tutti.









2/2/26
Una festa di luce. Alle 18 tutti all’esterno, davanti alla statua della Madonna Immacolata. Ognuno ha in mano la sua candelina. Siamo abbondantemente spruzzati con acqua benedetta e poi le candeline vengono accese, una dopo l’altra. Entriamo in chiesa dietro ai sacerdoti e ai ministranti: siamo davvero popolo di Dio!
Teniamo alte le nostre fiammelle: inizia la Messa.
All’omelia, Don Roberto ci fa notare il paradosso del nostro Gesù, del nostro Dio che viene offerto al tempio di Dio. Maria e Giuseppe, genitori fedeli alla legge. Loro sapevano che il loro Gesù era Dio, entrambi avevano avuto una rivelazione personale, ma non si sono neanche chiesti se era giusto o no fare quell’offerta al tempio, che faceva parte della tradizione religiosa, il ricordo dell’uscita dall’Egitto, la memoria dell’episodio che aveva permesso quell’uscita, la strage dei primogeniti e l’impegno preso con Dio stesso di presentare e offrire a Lui i primogeniti maschi, per sempre, per sottolineare che i figli sono dono di Dio. L’obbedienza a una tradizione e a quell’impegno produce la realizzazione dell’episodio che abbiamo letto nel Vangelo di Luca: due profeti anziani, Simeone e Anna che aspettavano per morire di vedere Gesù. Possiamo pensare a una coincidenza o piuttosto a un segno di Dio che governa la storia dell’umanità?
Questo testo ci parla dell’obbedienza di Maria e Giuseppe e della potenza dello Spirito che spinge, che muove i passi di questi due anziani. Lo stesso Spirito di cui a volte riconosciamo la forza che muove noi e le nostre azioni a compiere cose che non ci aspettavamo… magari cose che sembrano di poco conto. Siamo tempio dello Spirito Santo ed è Lui che ci aiuta nelle cose spirituali, ma anche nelle azioni quotidiane, materiali. Se rimaniamo nell’obbedienza questo Spirito ci aiuterà: anche se non capiamo tutto, anche se non condividiamo tutto dell’insegnamento che ci offre la chiesa lo Spirito ci guida verso la pienezza della gioia.





31/1/2026
In occasione della Domenica della Parola celebrata dalla Chiesa il 25 Gennaio Don Roberto ha donato ai bambini del corso di prima Comunione un Vangelo!
Questa domenica ha lo scopo di riscoprire il posto centrale della Sacra Scrittura nella vita personale e comunitaria.
Celebrarla significa riconoscere che Dio continua a parlare e a farsi vicino all’umanità!
La Sua Parola ascoltata con fiducia e vissuta con coerenza non solo genera comunione ma orienta la missione e rinnova la vita della chiesa e dei credenti.
Una Parola viva che continua a parlare oggi, a interpellare le coscienze, illuminare le scelte ed orientare il cammino di questi bambini, futuri uomini e donne credenti nel tempo presente!



Fine anno 2025

Fine anno. Alle 18 S. Messa prefestiva. Entrano i due celebranti. Indossano casule bianco azzurre… sono paramenti che si utilizzano nelle feste della Madonna, li vediamo di rado e ci mettono gioia. Anche noi siamo per lo più eleganti, pronti per i vari cenoni verso i quali ci indirizzeremo al termine di questa bella celebrazione.
Le letture ci parlano di luce, della vicinanza di Dio. Don Roberto nella Messa vespertina commenta la prima lettura, dal libro dei Numeri… si parla di benedizione e, se ne parla il libro dei Numeri, vuol dire che di benedizioni si parlava già in epoche antichissime, benedizioni non riservate solo ai giusti ma rivolte a tutti.
Sta a chi la riceve essere disponibile. Una formula data direttamente da Dio non inventata dall’ uomo. Sono parole che arrivano al cuore, come quelle che può dire solo Dio – pensiamo alla preghiera del Padre nostro – parole che non si sprecano in fronzoli, essenziali, che vedono il cuore e vanno al cuore.
Una formula composta di tre parti:
– Ti benedica il Signore e ti custodisca.
– Faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia
– Rivolga a te il suo volto e ti conceda pace.
Benedire che non vuol dire solo “dire bene”, è qualcosa di più profondo, ci dice qualcosa di importante e non si ferma al dire, ma ti custodisca: è presente nella nostra vita, è con noi.
Faccia risplendere il suo volto, non si nasconde Pensiamo che questa è una lettura che risale a un periodo in cui la divinità era considerata lontano, allora bisognava coprirsi il volto davanti a Dio. E invece qui ci appare un Dio che vuole essere visto. “E ti faccia grazia”: è grazia che si rivolge alla singola persona, non generica, ma puntuale, che va verso ognuno. Uno splendore che riempie noi del suo aiuto gratuito, anche se siamo peccatori Dio ci riempie di grazia.
E la terza benedizione: Lui vuole avere un rapporto personale con ognuno di noi. E conclude con l’augurio di pace che ti liberi da ogni problema. Un Dio che vuole farsi conoscere, che ci ama e ci vuole salvare.
Ringraziamo Dio con il canto del Te Deum, per tutto quello che ci è accaduto quest’anno, per gli eventi lieti e anche per quelli meno lieti: tutti racchiudono un dono per cui ringraziare.
Le altre due letture, Don Roberto le commenterà nelle Messe del mattino, quella di S. Paolo ai Galati in cui ci viene spiegato che significa essere figli di Dio: una pienezza di vita che riporta alla presenza in noi dello Spirito Santo che ci spinge a vivere totalmente il nostro essere figli. E il Vangelo che ci parla della nascita di Gesù e della bontà di Dio che decide di far incarnare sulla terra il Figlio neonato che dovrà vivere tutte le esperienze belle e dolorose. Un Dio che ha avuto bisogno dell’umanità, di noi.
Nascere a Betlemme, parola che significa “casa del pane” perché si sarebbe fatto pane per noi, messo in una mangiatoia perché comprendessimo che dovremo alimentarci di lui.
Noi Cristo lo mangiamo nell’Eucarestia, ma anche attraverso la parola. Il Verbo, la Parola che è alimento. Il vangelo ci mostra come dobbiamo vivere da cristiani perché Dio ha voluto che suo figlio per primo venisse riconosciuto dagli ultimi, dai pastori, dai semplici, dai miti, non da intellettuali e potenti. Come del resto l’annuncio della morte e resurrezione di Gesù è stato dato per primo ad una donna.
E il Vangelo ci dice anche che i pastori andarono senza indugio come senza indugio Maria va da Elisabetta. Dobbiamo farlo nostro questo “andare senza indugio”, vivere l’esperienza cristiana senza indugio, rispondere così all’invito che Dio ci fa per le cose che sono necessarie per la nostra vita.
E poi…. L’anno si è concluso con una bella iniziativa del nostro nuovo parroco: perché la mezzanotte i collaboratori l’hanno festeggiata insieme tra musica, trenini, mangiate, brindisi e, bisogna dirlo, anche una bella iniziativa di preghiera, perché poco prima della mezzanotte le sedie e i tavoli apparecchiati sono stati abbandonati per occupare i banchi della cappellina per una ventina di minuti di adorazione. Beh finire l’anno e cominciarne un altro con la benedizione del Santissimo è una sicurezza! Poi di corsa tutti ai tavoli per un brindisi festoso con panettone e lenticchie finali. Buon anno a tutti!! Un esperimento che pare sia riuscito bene… forse l’anno prossimo i partecipanti saranno di più: quest’anno si è voluto fare un esperimento riservato ai collaboratori parrocchiali, membri delle varie equipes pastorali e di servizio e ai loro familiari, ma l’anno prossimo riempiremo saloni, corridoi e sgabuzzini!!!!



Il ritiro di Avvento 20 dicembre 2025


Prima della Messa prefestiva dell’ultima domenica di Avvento, si è svolto il ritiro di Avvento: una meditazione proposta da Don Roberto sul versetto del Vangelo di Giovanni “Verbum caro factum est”. Sotto lo sguardo di Gesù, presente nell’Ostia consacrata esposta sull’altare, abbiamo ascoltato, aiutati dal canto del Gruppo del Germoglio di Davide.
Il Ritiro era proposto a tutta la Parrocchia e ha assorbito l’incontro di di preghiera di Natale del Gruppo delle Famiglie, appuntamento fisso. Questo gruppo, insieme al gruppo del Germoglio, ha poi proseguito il suo incontro nei saloni parrocchiani con una cenetta condivisa a base di pizza. Facciamo un riassunto di quanto esposto da Don Roberto….
Il Natale per noi non può essere solo una commemorazione di un evento passato, così come ci viene continuamente proposto dai media, dalle pubblicità di tanti prodotti che puntano su una presentazione emozionale, sentimentale del Natale. E’ invece un mistero da contemplare che richiede silenzio, ascolto, stupore. Dobbiamo chiederci: “E’ diventata un’abitudine per noi il Natale?” E quella frase che è il centro della nostra meditazione di oggi “Il Verbo si fece carne” ci scivola addosso? Questa parola di Giovanni, il “factum est”, ci riporta a un concetto profondo, il Verbo non apparve, non si trasformò, non prese le sembianze di, ma si fece carne. Questa parola Verbum che traduce il Logos greco è la seconda persona della SS. Trinità.
S. Giovanni dice appunto “In principio era il Verbo….” Questo Verbo che senza cessare di essere Dio decide di diventare qualcosa in mezzo a noi, senza confusione, senza mescolanza tra il divino e l’umano. Ci sono voluti due concili per chiarire questo concetto: non ci sono spiegazioni razionali, ma abbiamo la certezza che nell’ostia consacrata c’è appunto il Verbo che ha deciso di farsi uomo. Una verità che ha affascinato filosofi e teologi di ogni tempo: è la fede che arriva ad affermare proprio “credo perché è assurdo”, perché ciò che è oggetto della nostra fede non poteva essere immaginato da un essere umano.
La nostra è l’unica religione che ci parla di un Dio incarnato e sono state tante le dottrine che hanno tentato di spiegare razionalmente ciò che di fatto è inspiegabile (docetismo – nestorianesimo), ma Dio ha assunto tutto ciò che esiste di umano senza perdere nulla di ciò che è divino.
E’ un mistero altissimo e noi, parrocchiani di Gesù Bambino dovremmo essere i primi ad averne piena coscienza: il Verbo si fece carne per unire l’uomo a Dio non certo per confondere, ma per unire in un’unica storia di salvezza. Incarnazione che nasce non dal peccato dell’uomo, ma dal cuore del Padre; Lui che non si compiace della distanza, ma dell’unità, della comunione con noi. Colui che ha creato l’uomo senza bisogno dell’uomo, non vuole salvarlo senza l’aiuto dell’uomo (S. Agostino).
Dobbiamo fermarci e chiederci: qual è l’immagine che abbiamo di Dio dentro di noi. Nel Credo affermiamo che crediamo in Dio Padre Onnipotente, crediamo in Dio Padre che ha come attributo l’onnipotenza o crediamo in Dio Padre Onnipotente? Crediamo in un Dio buono o in un Dio giudice, da temere?
Dio ha tanti modi di farsi presente tra noi. Gesù non ha voluto apparire nel mondo già adulto, avrebbe potuto farlo, ma non è apparso, è entrato nel tempo attraverso la nascita e così ha conosciuto l’attesa, la crescita. E’ nato come ognuno di noi, con le sue fragilità, con le esigenze della condizione umana, un’esistenza reale segnata dal bisogno, la debolezza scelta come via di salvezza. Quindi ha avuto bisogno di una mamma e di un papà, è passato attraverso le relazioni umane… ha avuto bisogno di qualcuno che gli insegnasse a parlare, a camminare, a pregare, a lavorare.
Maria “Teotokos”, Madre di Dio, è stata una madre vera, in lei Dio ha voluto sperimentare cosa significava essere affidato alle cure di una donna, consolato, accolto, coccolato. E Gesù ha avuto bisogno di una padre, silenzioso, ma decisivo che gli ha insegnato a pensare, a lavorare, a fidarsi. Di S. Giuseppe Papa Francesco ha detto che è stato un padre che ha reso possibile la crescita del figlio nella sicurezza e nella libertà e Papa Benedetto ha dichiarato che la grandezza di S. Giuseppe è nel fidarsi completamente, anche senza capire. Gesù che ha iniziato la vita pubblica a trent’anni è giunto a quell’età grazie a un padre e a una madre e a tutta una serie di relazioni tra persone che non erano certo perfette esercitando la pazienza (pensiamo agli apostoli). Gesù è giunto all’esperienza della comunicazione umana grazie alla totale solidarietà umana. Dice il Vangelo “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52).
Non ha voluto salvarci aggirando la nostra umanità, ma vivendola pienamente. Ci ha insegnato a reprimere le nostre impazienze per spiegarci che la nostra umanità con la nostra lentezza non è un ostacolo alla salvezza: Lui che ha voluto essere accompagnato, custodito ci aiuta a non vergognarci delle nostre fragilità. Dice S. Leone Magno “Colui che è vero Dio, è vero uomo senza che una natura sminuisca l’altra”.
Gesù ha sperimentato pienamente cosa significa essere uomini, pensiamo al pianto di Gesù davanti alla morte di Lazzaro, o la paura e l’angoscia al Getzemani. Non possiamo dubitare che Dio conosca l’uomo perché ha sperimentato intimamente ciò che significa essere uomo. E come dice S. Gregorio Nazianzeno “Tutto ciò che è stato assunto è stato redento”.
Dobbiamo quindi imparare a vivere insieme la consapevolezza di quel “factum est” di cui ci parla Giovanni, imparare a convivere con la nostra umanità, con più misericordia verso i nostri limiti; cercando certo di migliorare, ma riempiendoci dell’idea della divinità verso la quale siamo chiamati e alla quale dobbiamo tendere.



